Le vasche e i salti d'acqua al Mulino Paraturi: a Scillato l'acqua è il filo che tiene insieme tutta la storia del paese
Le vasche e i salti d'acqua al Mulino Paraturi: a Scillato l'acqua è il filo che tiene insieme tutta la storia del paese.

C'è una cosa che si capisce solo stando qui qualche giorno: a Scillato l'acqua si sente sempre. Scorre nei canali, esce dalle fontane del centro, gira le ruote dei mulini che non girano più. Non è un dettaglio paesaggistico: è la ragione per cui questo paese esiste.

Tre sorgenti in contrada Sorgive

A monte del paese, in contrada Sorgive, a quota 376,68 metri, sgorgano tre sorgenti: Agnello, Bosco e Golfone — quest'ultima si trova scritta anche come Gulfone.

Il bacino idrogeologico che le alimenta è quello dei rilievi intorno: Monti Fanusi e Castellaro, Cozzo di Castellazzo, Monte dei Cervi, Cozzo Morto, Piano della Madonna, Balata di Caltavuturo, Cozzo Vuturo.

Il colera, e la decisione

La storia moderna comincia male. Fra il 1884 e il 1885 Palermo è colpita da epidemie di colera, e la città si trova davanti a un problema che non può più rimandare: trovare un'acqua sicura.

La trova qui. La concessione è del 1893, i lavori si chiudono a fine Ottocento, e da allora l'acquedotto di Scillato — oggi gestito da AMAP — porta l'acqua dalle Madonie fino ai serbatoi di San Ciro, a Palermo, lungo una condotta di circa 58 chilometri.

La portata da contratto è di 350-500 litri al secondo. È il motivo per cui un paese di poco più di cinquecento abitanti viene descritto dalle fonti locali come uno dei serbatoi idrici più importanti della Sicilia occidentale.

Prima dell'acquedotto: i mulini

Molto prima che l'acqua partisse per Palermo, faceva lavorare Scillato. Fra il 1156 e il 1800 lungo i canali furono costruiti tredici mulini. Un mulino del luogo compare già in un documento del 1156, donato dalla contessa Adelasia alla diocesi di Cefalù; il Famunia Suttanu, il più antico ancora riconoscibile, è citato nel 1196.

Fra tutti, uno era diverso: il Mulino Paraturi, l'unico usato per la follatura dei tessuti di lana e l'unico dove si lavorava la zabbara, l'agave da cui si ricavavano le corde agricole. L'attività si è fermata prima della Seconda guerra mondiale.

Oggi quello stesso edificio ospita il Museo dell'Acqua, che racconta tutta questa storia con pannelli e plastici. Si visita su prenotazione.

L'acqua che costruisce la roccia

C'è un ultimo capitolo, ed è geologico. Le acque sorgive depositano carbonati, e i carbonati formano il travertino: fra i geositi del territorio di Scillato censiti dal Madonie UNESCO Global Geopark c'è infatti una grotta di travertino, insieme alla Stretta di Scillato e al riparo roccioso di Vallone Inferno.

Quest'ultimo è scavato dagli archeologi dal 2008 e conserva tracce di presenza umana da almeno settemila anni. Il che chiude il cerchio: qui c'è acqua, e dove c'è acqua la gente si è fermata molto prima che qualcuno pensasse a un acquedotto.

Da dove viene tutta quest'acqua

Non è un caso isolato: è geologia. Il bacino idrogeologico che alimenta le sorgenti raccoglie l'acqua di tutti i rilievi intorno — Monti Fanusi e Castellaro, Cozzo di Castellazzo, Monte dei Cervi, Cozzo Morto, Piano della Madonna, Balata di Caltavuturo, Cozzo Vuturo.

È un massiccio calcareo: l'acqua piovana entra dall'alto, attraversa la roccia fessurata e riemerge più in basso, filtrata. Il Monte dei Cervi, ai cui piedi sorge il paese, è la vetta più alta del nucleo occidentale delle Madonie.

È lo stesso meccanismo che ha reso le Madonie un UNESCO Global Geopark: qui affiorano rocce di oltre duecento milioni di anni e l'Ente Parco ha censito oltre quaranta geositi.

Cosa si vede, oggi

Le sorgenti vere e proprie, in contrada Sorgive, non sono sempre accessibili: l'Ente Parco le segnala come visitabili solo in alcuni periodi dell'anno. Non dateli per scontati, e chiedete prima.

Quello che si vede sempre, invece, è l'acqua che attraversa il paese: le fontane del centro storico, i canali lungo la Via dei Mulini, i salti e le vasche intorno agli opifici. In un paese di poco più di cinquecento abitanti è il filo che tiene insieme tutto: il nome delle contrade, i mestieri scomparsi, il motivo per cui Palermo, quasi settanta chilometri più in là, ancora dipende da qui.

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